Calcio, una malattia di famiglia

 

Non è una regola certa, ma spesso e volentieri i figli seguono le orme dei propri genitori, in ambito professionale ma anche in contesti più “leggeri” come potrebbe essere ad esempio la scelta di uno sport da praticare. In alcuni casi poi tale meccanismo è quasi obbligato, specie se tuo padre si chiama Karl Engel ed è stato un grande calciatore (portiere) e in seguito anche un allenatore di successo – in particolare a Lugano, dove ha guidato la squadra alla conquista di una Coppa Svizzera (‘92) e in seguito alla promozione in LNA (‘98) –. Così ecco che anche il figlio Sandro, dopo aver naturalmente scelto da bambino di giocare a calcio, due stagioni or sono ha deciso di appendere al famoso chiodo... i parastinchi soltanto, perché le scarpette le ha tenute per calarsi nel ruolo di allenatore.

« Effettivamente era inevitabile che scegliessi di giocare a calcio – ci racconta il 35enne – . Fin da piccolo sono sempre stato a contatto con questo mondo, ho cambiato spesso casa per seguire la professione di mio padre e in maniera molto naturale ho preso anche io questa passione, anzi la definirei più una malattia. Da ragazzo sognavo di arrivare lontano come calciatore e mio padre mi ha fatto capire chiaramente che se volevo ottenere qualcosa dovevo fare dei sacrifici. Non è stato facile rinunciare ad esempio a uscire la sera quando invece tutti gli altri andavano a divertirsi e alla fine non è che abbia ottenuto chissà quali risultati, ma sono stati insegnamenti utili per la vita in generale. Oltretutto avere come esempio mio padre, che di sacrifici ne aveva fatti parecchi ottenendo ottimi risultati, era uno stimolo ulteriore a credere in ciò che mi diceva. Come detto non sempre è stato facile ma mi ha reso ciò che sono ».

Un genitore molto “attivo” con il figlio calciatore quindi, e ora che fa l’allenatore? « Mi dà consigli e suggerimenti anche adesso, ma non è per niente invadente. Anzi, spesso sono io che lo chiamo per confrontarmi con lui. Prima cerco di risolvere tutto con la mia testa, quando poi capita che mi trovo al bivio ecco che approfitto della sua esperienza ».

Esperienza che Sandro ha appena cominciato ad accumulare, visto che il Monte Carasso è la sua prima squadra di attivi. « Ho deciso di smettere dopo la retrocessione con il Vedeggio dalla Seconda alla Terza Lega (stagione 2008/2009, ndr) . La delusione per il risultato negativo è stata solo la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, soprattutto a livello mentale, ero stufo di dare sempre tanto e ottenere poco. Ma anche l’aspetto fisico ha contribuito alla mia decisione, ero troppo spesso infortunato. Poi un po’ per caso ho cominciato ad allenare. Dapprima gli allievi B del Rapid Lugano e in seguito il Monte Carasso, che ho deciso di prendere in mano un po’ per sfida, per testare le mie qualità in panchina con una squadra di attivi. Ho accettato la proposta anche perché volevo cominciare in maniera piuttosto tranquilla e sapevo che questa società prende le cose in modo molto sereno e ti permette di lavorare seriamente. Infatti devo dire che mi sono da subito trovato benissimo qui, ma in generale ho notato che nel Sopraceneri c’è un’aria molto più distesa rispetto al Sottoceneri. Qui si punta molto sul concetto di gruppo e dello stare bene insieme divertendosi, senza guardare troppo ai risultati. Nel Sottoceneri non è così ».

Nel passaggio dal campo alla panchina il neoallenatore non ha trovato particolari difficoltà, anche se ogni tanto... « Capita che venga voglia di saltare dentro a giocare con gli altri, soprattutto con un terreno bello come il nostro, ma poi mi dico che ho preso la mia decisione e che è giusto così. Devo dire che a fare l’allenatore provi sensazioni differenti rispetto al ruolo di giocatore: sei più felice quando la squadra vince ma anche più rammaricato quando perde. Inoltre noto molti più dettagli ai quali prima non facevo caso ».

Il Monte Carasso occupa il secondo posto nel gruppo tre di Quarta Lega e nel weekend ha accorciato il distacco dal leader Moderna a un solo punto. « Siamo contenti di esserci avvicinati, ma da qui alla fine manca ancora molto. Noi non dobbiamo guardare i risultati degli altri, ma pensare a noi prendendo partita per partita, poi alla fine tireremo le somme ».

La squadra però va alla grande – in campionato è imbattuta da undici partite – e la promozione, dopo la retrocessione dello scorso anno, è alla portata. « Sappiamo di avere le qualità per ambire a salire e di certo non ci tiriamo indietro, ma l’obiettivo principale è divertirci sempre, poi vengono i risultati ».

La Regione Ticino